About

Valeria Gasparrini ( Rome, 1964), was formed thanks to a rich contribution of artistic and literary experiences: classical studies, research in the fields of ceramics, painting, fresco, engraved graphics, screen printing, and figure drawing. He specializes in illustration at the European Institute of Design in Rome. She works as an artist, freelance illustrator, and professor of illustration, anatomy, and drawing at the Academy of Fine Arts of L'Aquila, Quasar Institute, and the American University of Rome. As an artist, he has exhibited in Rome, Milan, Bologna, Faenza, Venice, Paris, Luxembourg, Belgrade, Rothemburg, and Passau; some of his works are part of permanent exhibitions. She has illustrated and edited for various publishing houses, and now devotes herself as a writer of texts and images to creating illustrated books for adults and art books. In her artistic research, she combines her illustrative nature with the tools that art offers, which seem more suited to the story she seeks to tell.

He has exhibited in Rome, Milan, Bologna, Faenza, Venice, Paris, Luxembourg, Rothemburg, Passau. Some of his works are part of permanent exhibitions, such as the ceramic work "Rain" at the International Museum of ceramics in Faenza, the artist book "How many irreplaceable lives", exhibited at the national library of Luxembourg, and its printed version exhibited at the Casa della Memoria in Rome.

Valeria Gasparrini ( Roma, 1964), si è formata grazie ad un ricco contributo di esperienze artistiche e letterarie: studi classici, ricerche nell'ambito della ceramica, della pittura, dell'affresco, della grafica incisa, della serigrafia, del disegno del nudo dal vero. Si specializza in illustrazione presso L'Istituto Europeo del Design di Roma. Lavora come artista, come illustratrice freelance e come docente presso l'Accademia di Belle Arti dell'Aquila,presso il Quasar Institute e presso l'American University of Rome. Come artista ha esposto a Roma, Milano, Bologna, Faenza, Venezia, Parigi, Lussemburgo, Belgrado, Passau; alcune sue opere sono ospitate da mostre permanenti. Ha illustrato ed editato per diverse case editrici, ed ora si dedica come autrice di testi ed immagini alla realizzazione di albi illustrati per adulti e di art book; nella sua ricerca artistica coniuga la sua indole illustrativa con gli strumenti che l’arte offre e che le sembrano di volta in volta più idonei alla storia che vuole raccontare.

Ha esposto a Roma, Milano, Bologna, Faenza, Venezia, Parigi, Lussemburgo, Rothemburg. Alcune sue opere fanno parte di mostre permanenti, come l'opera ceramica "Pioggia" presso il Museo Internazionale delle ceramiche di Faenza, il libro d'artista "Quante insostituibili vite", esposto alla biblioteca nazionale del Lussemburgo, e la sua versione a stampa esposta presso la Casa della Memoria di Roma.


Di lei hanno scritto

Daniele Scalise, Loris Schermi, Francesca Tuscano, Michèle Wallenborn, Devin Kovach, Sarah Linford, Gianluca Tedaldi, Valeria Bertesina, Pierluigi Bellucci.

Per le persone interessate,
Vi scrivo per offrire la massima raccomandazione per Valeria Gasparrini che ha tenuto due laboratori di incisione per il Centro di Roma di Architettura e Cultura dell’Università di Woodbury che io dirigo. Ha guidato i lavori degli studenti portandoli dai disegni iniziali fino alla realizzazione delle stampe definitive ed alla loro possibile esposizione in una mostra. La trovo una delle persone creativamente più contagiose e stimolanti con le quali ho avuto l’opportunità di collaborare.

Vorrei permettermi di offrire alcuni dettagli riguardanti le sue notevoli abilità. Per cominciare, è un’artista molto competente nel suo campo. È anche generosa nel condividere la sua esperienza e lo fa con grande entusiasmo.
Nella fase iniziale dei progetti offre numerosi approcci, sia sperimentali che convenzionali , con il fine di fare nascere opere d’arte realizzabili poi su lastra.
Nei workshop abbiamo utilizzato lastre di zinco e di rame ,ed i risultati sono stati sorprendenti. Ha proposto esercizi di schizzi sul campo, progetti complessi di mappatura e traduzioni di file digitali su lastre. Ha fornito alla Woodbury alcune delle esperienze di apprendimento più potenti e trasformative che gli studenti hanno avuto a Roma ; anche in relazione a quello che fanno a casa. I nostri studenti la adorano e lei è stata a loro diposizione in ogni fase del processo, insegnando loro le tecniche per raggiungere i loro obiettivi creativi.
E’ un momento magico quando gli studenti completano i disegni, preparano le lastre, le inchiostrano lavorando nel loro studio. E quindi poi le stampano. Questo non sarebbe stato possibile per noi senza la competenza di Valeria.
Vi ringrazio per l’opportunità di offrire una ottima raccomandazione per Valeria e sarei felice di discutere ulteriormente i suoi meriti se desiderate contattarmi alla mia mail: paulette.singey@gmail.com.


Distinti saluti
Paulette Singley
Professoressa della Woodbury University,
Direttrice del Centro di Roma per l’Architettura e la Cultura

Best regards
Paulette Singley
Woodbury University professor,
Director of the Rome Center for Architecture and Culture

I testi

Quindi, c’è stato un momento in cui ho deciso di partire; per questo viaggio ho esitato molto, ho aspettato anche troppo.

Parto frammentata ma ottimista, carico nella stiva tutto quello che mi serve: un periscopio, uno scandaglio, un oblò per guardare fuori, un telegrafo, un manuale di istruzioni, una mappa.

Sistemo tutto il materiale in una cabina senza cuccetta perché in questo viaggio bisognerà stare svegli.

Ho molto carburante.

 21testi.

1) PICCOLA  , 2) INVISIBILE , 3) SCAPPA! SCAPPA!  , 4) PAURA , 5) SOLITUDINE , 6)APOCALISSE , 7) GIORNO , 8) NOTTE , 9) AMICI , 10)INIZIO, 11) FINE, 12) TEMPO, 13) CORAGGIO, 14) TRADIMENTO, 15) SILENZIO, 16) LEGGEREZZA, 17) EROS, 18) ARIDITÀ, 19) LIBERTÀ, 20) URRÀ, 21) PARTENZA

1  piccola.

Ed eccomi, sto partendo per questo incredibile viaggio. Lascio il porto attirata da onde colorate, saluto i miei amici e mi rivolgo al mare; tutto è semplice, quasi elementare… blu e rosso fanno viola, giallo e blu fanno verde, rosso e giallo fanno arancione e tutti insieme fanno potenza. Parto cavalcando i pennarelli della scuola, li tiravo fuori dall’astuccio e li vedo ancora, i palmi delle mie mani coperti da infiniti puntini di colore…

Mani di cucciolo colorate

2  invisibile.

Il molo sparisce.

Sarà un viaggio privato e pericoloso; dovrò affrontare tutto, svuotare la barca e riempirla molte volte …

viaggerò come sempre protetta dalla mia trasparenza.

Valeria non si vede e non si sente, nessuno troverà i suoi disegni segreti, semplicemente perché sono invisibili. Nascondo le mani sotto al banco, nessuno le vedrà e nessuno dirà di pulirle, rimarranno sporche e felici.

Isolo le orecchie, le aprirò solo al suono della campanella.

Questo fumo ingombrante mi tradisce, purtroppo 🙁

3  scappascappa.

Non vado bene – singhiozzo – non ho il colore giusto, la forma giusta. Tutte le altre barche sono più belle di me, ho la chiglia grossa, il ponte mi va stretto.

Mi raggomitolo, mi rintano, cerco di diventare un’essenza invisibile, impercettibile. Ma non riesco a sparire, sono troppo solida, troppo presente, e soffro, soffro di questa mia ingombrante, intollerabile presenza.

Il mio viaggio è brutto -singhiozzo- è BRU-HU-HU-HU-T-T-OOO!!!

Mi dicono che magari con un po’ di vernice intorno agli oblò … i cordami lavati, spazzolati e messi almeno in ordine, togliere un po’ di questo grasso dalle fiancate, forse aggiustare un po’ la rotta… ma io, nulla, inadeguata e inamovibile.

Alla fine perdono la pazienza.

~ E SEMBRA CHE LO FAI APPOSTA! –

Sbatto la forchetta sul tavolo, chiudo di scatto il boccaporto e fuggo, perdendo pezzi come Cenerentola la sua scarpetta. Abbandono il carico esagerato di tutto quello che non riesco ad essere e navigo via con la stiva sbilanciata e monca, senza fermarmi, senza prendere fiato.

Li lascio tutti a tavola, congelati al dessert.

3  paura.

Sono arrivati, silenziosi e leggeri, i primi nemici.

Missili o calamari? Ingannata dall’aspetto ambiguo li ho lasciati avvicinare troppo…ma adesso vedo con chiarezza che hanno il muso aguzzo e la chiara intenzione di azzannare.

Sono impreparata, almeno credo, mi rimane solo la fuga sul fondo; intanto mi salverò, a riemergere penserò dopo.

Mi chiedo se una volta sott’acqua ritroverò la strada in questa geografia in continuo mutamento… la mappa che ho non va bene, è fatta per navigare in superficie.

Piuttosto, funziona il telegrafo sott’acqua?

Come si usa un periscopio?

3  solitudine.

Il mare sotto al mare è silenzioso, lento, voluttuoso. In questa densa lentezza mi muovo perfettamente a mio agio, viaggio sospesa nella danza morbida dell’acqua. Sono giusta, sono elegante, ruoto su me stessa come una balenottera, con grazia e precisione.

Navigo in verticale, di lato, di sguincio; funziono sempre, respiro sempre.

Non do nulla, non prendo nulla; questa leggerezza ha un costo elevato.

Mi sono distratta. Quanto in fondo sono scesa?

Lo scandaglio suggerisce troppo.

Dice che devo cercare le istruzioni per la risalita; dice che potrebbe arrivare una tempesta, potrei essere strappata all’improvviso a questa quiete di sotto, catapultata in superficie, senza preparazione, senza nessuno che mi aiuti.

Ma sopra, mi avranno aspettato? Non so quanto tempo è passato.

Esito.

6  apocalisse.

Non mi hanno aspettato.

Nel fondo ovattato del mare, le emozioni sono cresciute giganti e indisturbate; hanno voluto tutto, hanno preso tutto. Quando riemergo in superficie si liberano senza freni, me le trovo sopra, sotto, intorno, ovunque; troppo più grandi di me, troppo più furbe, sono piccola, sono senza voce.

Premo freneticamente alla cieca i tasti del telegrafo: AIUTO!

In un momento di lucidità consulto il manuale: devo lasciare la cabina, lasciare un timone ingovernabile ed urlare in faccia ai giganti le parole previste dalla procedura di risalita, esattamente e senza omissioni.

Sono terrorizzata ma lo farò; esco sul ponte, prendo fiato ed urlo le mie verità in mezzo alla tempesta.

Le mie parole si alzano come trombe d’aria, giganti contro giganti. Io sono nel mezzo, svolazzo come una bandierina aggrappata alla battagliola, non mollo.

Questo sforzo mi spezzerà la schiena.

7  giorno.

È il caos.

Tutto è andato avanti senza di me; nessuno mi chiede il permesso di niente; stranieri parlano lingue che non conosco, si arrabbiano se non capisco.

Io dico di sì ma faccio finta, mi tradisco, mi confondo; inevitabilmente scopriranno che annuisco ma non comprendo.

Salgo sul ponte, poggio la testa sul ceppo, chiudo gli occhi.

Addio mamma, addio papà.

Addio adorati colori ad olio, addio Meccano, ruote dentate e piccoli bulloni sparsi sul pavimento ed io e zia Matilde costruttrici di meraviglie. Sono condannata.

BIP BIBIP BIBIBIBP BIBIBIBIBPPBIBIB BIBIIB BIIBIIPPPPB!!

Il telegrafo mi chiama, impazzito, mi tira i capelli, mi scuote, mi sbatacchia come una bambola di pezza. Adesso ricordo, io odio le bambole.

Mi precipito in cabina, ritorno bambina pantera; canini aguzzi bianchissimi e pezzi di gambe e torsi di Barbie sbranati sul pavimento della mia camera foresta.

Serro il timone e sfodero denti mostruosi anche io, non mi avrete, maledetti!

Agito il pugno, corro su e giù per il ponte, sputo, mi difendo con la cerbottana, con il cannone, con tutto quello che trovo.

Sparo alla cieca, mi colpisco un piede, per sbaglio.

8  notte.

Da sola, in comunicazione con la sala operativa centrale.

Ho detto una parola di troppo, almeno mi sembra.

Silenzio radio.

… c’è nessuno?

9  amici.

“Non è vero che senza di te è la stessa cosa”.

È un po’ che lo dicono, ma adesso riesco a sentirli, li sto ad ascoltare.

“Non è vero che senza di te è la stessa cosa”.

Ripetono.

Apro l’oblò, mi affaccio, mi commuovo: viaggio sostenuta da imprevedibili amici, potenti come leoni marini. Non pretendono nulla, non mitragliano istruzioni, non sbandierano parole accattivanti, formali, altisonanti.

Mi hanno riconosciuta, nonostante tutti i miei giri di parole. Mi accompagnano senza suonare trombette e fanfare; sanno che sono spaventata, evitano i rumori forti e i movimenti bruschi.

Pare che senza di me non sia la stessa cosa, mi ripeto.

Faccio la gnorri, ma so che è vero.

Finalmente mi siedo, mi accorgo di quanto sono infinitamente stanca; i miei amici mi portano, mentre io mi riposo.

Mi viene da piangere, mi vergogno di gioia, mi addormento.

10  inizio.

E allora adesso si rimescolano le carte, signore e signori, si cambiano i conigli e si cambiano i cappelli, e forse si scende dal filo e si smette di fare gli equilibristi con questi passi di danza così difficili e FA-TI-CO-SI.

Perché ho ricevuto un regalo, un regalo per me, un dono speciale, io proprio io, ed è qui con me, sul ponte, sul ponte della mia barca, il mio regalo per me, che mi hanno dato.

Mi vogliono bene e mi hanno fatto un bellissimo regalo, sissignore, e provate a prendermelo, se avete coraggio.

Il mio piccolo albero…

11  fine.

Il mio piccolo albero si è seccato.

Lo vedo piegare le foglie, svuotarsi di colore, ritirarsi su se stesso; staccare i fili della vita uno ad uno seguendo uno schema rigoroso e inarrestabile.

Sono spaventata, sono commossa.

Provo a dargli acqua, compagnia, vitamine, conforto, ma il mio piccolo albero si secca lo stesso.

Ora stiamo tutti e due sul ponte, abbracciati, e ricordiamo i momenti belli, i magnifici orizzonti di terre sconosciute, le confidenze, le canzoni stonate, pranzi e cene, tramonti e capricci. Io gli accarezzo le foglie sotto questo cielo spettacolare, nuvole e stelle sulle nostre teste.

E sotto questo stesso cielo, immersa nella stessa inalterata bellezza c’è un momento preciso in cui rimango sola e del mio piccolo albero rimane solo la forma.

Adesso dovrò mettere ordine, dipanare la matassa delle emozioni, aprire il cerchio e restituire il mio piccolo albero al mare.

L’alba mi saluta con nuovi venti: presa da un’ inaspettata energia lavo il ponte, lucido gli ottoni, olio il motore, spazzolo con cura le unghie dell’ancora, bevo un caffè, mi lavo la faccia, mi pettino, respiro, respiro, respiro ancora e fermo il motore.

Lontana dalle rotte e in mezzo al mare sta ferma la mia barca addolorata e splendente.

I miei ricordi si snodano ordinatamente in cielo, nuvole fra le nuvole.

Sono lucida, e presente, e viva come non lo sono mai stata.

12  tempo.

Qui

ho tutto

il tempo.

13  coraggio.

La mia barca ha uno scafo di ferro pesante e una grande stiva.

Ha un timone sensibile all’acqua, un motore a quattro cilindri con pistoni che rumoreggiano e divorano carburante. Dormo con un occhio solo sul ponte e conto i bulloni che a denti stretti tengono insieme tutto questo ferro, tutti questi pistoni che macinano oceani e non si fermano mai…

Ho una petulante lista di istruzioni da seguire, procedure complesse da imparare a memoria. Per quanto mi sforzi, non arrivo mai alla fine; il capitano nell’ombra non mi sorride mai, non è mai soddisfatto.

Il telegrafo mi passa di nascosto un biglietto.

Leggo, trepidante: LIBERI TUTTI PER TUTTA LA VITA.

Me lo stringo al cuore: che meraviglia! Che magnifica destinazione! In un attimo, è ammutinamento; condanna a morte per qualsiasi forma di lista, aspettativa, codice, regola, rimprovero, schiavitù.

A morte! A morte!

Corro al timone, cerco la lista, eccola.

Con un unico elegante gesto la prendo, giro su me stessa, faccio due passi e la butto fuori dal parapetto. Povera lista, con tutte le sue complicate istruzioni non ha delle banali pinne, e scompare nel mare.

Sul ponte è tutta una festa, brindisi, pacche sulle spalle, congratulazioni, vigorose strette di mano. Un Carnevale, un Sabba, un’orgia anarchica di passioni e desideri, senza controllati e senza controllori.

Euforica, danzo danze tribali, grugnisco preistorici riti di liberazione; e punto la mia barca dritta verso il Maelstrom, dritta verso il muro. I pistoni sparano scintille, pompano carburante, cantano sanguinarie canzoni di guerra, divorano le onde verso il bastione d’acqua che mi si erge davanti, che cerca di fermarmi.

A morte! A morte!

14  tradimento.

Sembrava: non è.

Diceva: mentiva.

Credevo: sbagliavo.

Sono il palloncino che vola via, il gelato appena comprato caduto a terra.

Nel mondo capovolto del tradimento la mia barca ha corso affannosamente ma sulla strada che porta indietro… ha perso l’orientamento, non sa più dove sta il sotto e dove sta il sopra. A nulla sono serviti un monumentale decodificatore binario a sette segmenti e un decrittatore al carburo di silicio, il migliore sul mercato; i piani di viaggio erano falsi, la mappa ingannevole.

Che tristezza, che rabbia, che delusione.

Guardo la foto un po’ sbiadita che mi sorride; sembrava innocuo.

Appesa a testa in giù nella mia barca capovolta sulla mia rotta all’incontrario penso a come recuperare le chiavi della stiva, le coordinate della rotta, la combinazione della cassaforte.

Qui ci vuole qualcosa di mai fatto, un evento eccezionale, una capriola, un salto mortale, un tuffo all’indietro a occhi chiusi dalla cima della cascata, giù verso la nebbia…

Mi butto. In un frastuono di attrezzi e stoviglie la barca si raddrizza, il cielo torna sospeso sulla mia testa ed il motore rimette la sua elica in acqua, verso una rotta nuova di zecca.

Il nord che brilla come un’insegna al neon.

15  silenzio.

Navigo in silenzio perché custodisco un segreto.

Anche quando scambio saluti con i gabbiani in realtà sto in silenzio, perché sono frasi superficiali, che non dicono nulla.

– E allora, che mi raccontate?

– Tutto come al solito

– Per il resto tutto bene?

– Certo, sì

– A presto allora!

– A presto!

Ma oggi accadrà qualcosa. Oggi è un’alba speciale.

Cammino sul ponte e mi accorgo con stupore della perfetta sincronia delle mie articolazioni, della geometrica altalena dei muscoli che mi portano. Apro e chiudo le mani, articolo tutte le ventisette ossa che le compongono, mi lascio portare da quell’intreccio preciso di pensieri e movimento che è il mio corpo.

Mi vedo con occhi nuovi per quello che sono, proprio qui, proprio ora, con la mia scintillante divisa da capitano.

È davvero crudele murare un segreto dentro questa meraviglia. E poi sono stanca; ho resistito così tanto, ho fatto la guardia così a lungo.

Chiudo gli occhi sul mio segreto e lo lascio andare.

Le parole arrugginite si liberano, si arrampicano dal ventre, forano i polmoni. Si alzano cigolando, cercano aria, prendono forza. I gabbiani le rapiscono in alto stringendole nel becco come gli undici cigni della favola portano la principessa fra le nuvole.

Non so cosa succeda lassù, ma vedo le parole ricadere dolcemente, trasformate in sorridenti parole di saluto, come quando si rivede finalmente un caro amico.

Il mio segreto non esiste più.

16  leggerezza.

Clandestini.

Hanno usato il mio telecomando, lasciato in giro carte di caramelle. Hanno graffiato la mia padella antiaderente, esaurito la mia scorta di limoni. Furiosa, scendo le scale, eccoli.

Un altezzoso servizio da tè in pregiata porcellana Royal Worcester mi guarda con aria di sfida. Anche un voluminoso manuale dal titolo “Ti spiego io come vanno fatte le cose”  sbuca fuori da una cassa; i due clandestini mi guardano, mi studiano, mi valutano.

– Siamo molto delusi. La gestione di questo viaggio è ingenua, visionaria e ridicola.

Fanno una faccia delusa, ingenua, visionaria e ridicola.

– Colpevoli – sibilo – condannati a cambiare barca e destinazione.

E a nulla vale lo sguardo contrariato, le alzate di sopracciglia; calo in mare la scialuppa, la rifornisco di tè, lenze ed ami, molti ami per prendere all’amo qualcun altro.

Li piazzo dentro e tanti saluti e ciao, mandatemi una cartolina.

Adesso la barca è decisamente più leggera, forse adesso si può fare.

E quindi posso? Posso farlo? Davvero?

Ma sì che posso; corro nella stiva, apro QUELLA cassa. Infilo le mani, tocco. Come sono morbide, come sono belle, come sono comode, della mia precisa misura.

Le prendo, le indosso. Che bellezza, che leggerezza, che meraviglioso paio di ali.

Sgranchisco le piume, fletto i muscoli estensori, allungo i tendini.

Faccio solo un paio di simulazioni; so già come si fa.

Sarà un volo magnifico.

17  eros.

~  Problemi in sala macchine – canticchia l’interfono.

Sono in cuccetta, sono assonnata. Nella cornetta sento rumori di fondo, strane risate, passetti di corsa; scendo le scale sotto al livello del mare di cattivo umore, scalza e in pigiama, la porta della sala macchine è chiusa.

Premo il pulsante della sottostazione, sbadiglio, mi qualifico distrattamente.

~  Sono il Capitano, fatemi entrare.

Risate, schiamazzi, e . incredibilmente. anche una pernacchia.

~  Ragazzi, niente scherzi; sono il Capitano e fatemi entrare. Non trovo la chiave.

Dal citofono scoppi di risa, fischi, musica; qui sotto hanno l’aria di divertirsi un mondo. Sento tappi di bottiglie che saltano. Champagne? Io sto lì, interdetta e in pigiama e non mi diverto per niente.

~  HO UN’ AUTORITÀ!! – urlo – HO UN’

Sghignazzi a pioggia, corse, forse salti, rumori di mobili spostati. Cori. Un vero baccanale.

Tiro, spingo, scuoto la maniglia, batto i pugni, pesto i piedi; adesso sono in lacrime.

~ Magari potresti provare a dire “per favore” nell’apposito microfono – gorgheggia l’interfono – è una serratura a comando vocale. E se vuoi partecipare alla festa dovresti metterti un vestito adatto; allarga i tuoi orizzonti cara, in questo momento sei molto noiosa e qui invece vogliamo stare tutti allegri.

Per favore? Festa? Vestito adatto? Sono cose di cui non so nulla; frugo nei ricordi dell’Accademia Navale. Risalgo in cabina per esercitarmi davanti allo specchio a dire “Per favore” con labbra morbide e in maniera convincente; invece mi parte una linguaccia. Lo specchio gioioso mi restituisce un caleidoscopio di linguacce che mi sbeffeggiano in sincrono… ma guarda, stranamente affascinante. Ci riprovo con occhi, bocca, naso, sopracciglia; gioco con le infinite possibili linguacce dalle infinite possibili possibilità. Ci prendo gusto, mi diverto. SBUUUU! BLEAHHHH! SBLAHHH!

Maledetto interfono, aveva ragione; adesso nello specchio i miei orizzonti sono cento, mille, mi guardano, mi fanno l’occhiolino, mi provocano.

Butto via il pigiama e scendo, nuda e determinata.

~  Per favore, vorrei partecipare alla festa – scandisco nel microfono.

La porta, dolcemente, si apre.

18  aridità.

Mi sveglio con la gola secca.

Esco sbandando dalla cabina, il sole è abbagliante, il mare su cui galleggiavo dolcemente è sparito; la barca è coricata sul fianco, poche pozze superstiti in un deserto di alghe secche. L’acqua è scomparsa e il fondo è qui, sotto ai miei occhi; un merluzzo rassegnato muove a vuoto la coda.

~ Dico, un’ aridità così non si era mai vista.

Lo vedo che ha sete, gli offro una gazosa.

Mi vede che sono in difficoltà, mi offre un’idea.

~ Beh, ormai è fatta – dice – approfittiamone per esplorare a fondo le cose. Le apparenze galleggiano, i fatti concreti sono pesanti e si depositano sul fondo. Io ne so qualcosa.

Succhia rumorosamente con la cannuccia, che è un modo per dirmi “Datti da fare”.

Vado, allora. Mi avventuro con il mio costumino da bagno di spugna arancione, paletta e secchiello. Ho tre anni e non sento caldo, non ho sete, non ho fame, mi hanno cosparsa a forza di crema solare; ho un compito importante da svolgere e non ammetto distrazioni. Scavo nella sabbia ed esploro con cura i detriti più impensabili, li guardo a lungo, concentrata.  Alcuni li scelgo, altri no. Faccio buche con la mia paletta e ne trovo altri, ed altri ancora, scavo a fondo, cerco l’acqua.

Alla fine faccio laboriosamente ritorno col secchiello ricolmo delle mie meraviglie; le dispongo con cura sul ponte. Una distesa di tesori.

Crollo esausta nella mia cuccetta a castello, sporca di sabbia, col costume bagnato e i capelli pieni di sale. Sogno la casa del mare, gli odori del giardino, la spiaggia.

Sul mio sogno un temporale di pioggia fertile e generosa, il mare che rivive come terra ricca e arata, una distesa di piantagioni, campi da coltivare, orti ed alberi da frutto.

Mi lascio cullare dall’erba, alla fonda su un mare di papaveri.

19  libertà.

Oggi invece mi sveglio pirata.

Vado all’arrembaggio della barca della mia vecchia maestra; la fronteggio, la guardo, lentamente estraggo come una pistola la mia matita calibro 38.

Segue preoccupata con gli occhi la punta minacciosa, non capisce da quale strana rotta sono sbucata fuori. Io la sovrasto dal ponte, la mastico con gli occhi.

~ Questa è la mia barca, e qui si fanno sogni sfrenati. Nel mio mare gli stupidi non esistono, i prepotenti rimangono a terra e la vergogna dei bambini è fuorilegge.

Non parla, fa ripetutamente sì con la testa. Abbassa gli occhi, adesso ricorda.

Sparo veloce con la mia matita, in un attimo le disegno branchie, pinne e squame. Cancello braccia, piedi e polmoni.

Lei annaspa, salta in mare da sola, ha bisogno di respirare.

E adesso come una mitragliatrice disegno un gran pavese di bandiere, il soffitto affrescato della cabina di comando, una sfavillante divisa da capitano con cappello e visiera, medaglie e nappine, un magnifico laboratorio sottocoperta. Disegno il brillare degli ottoni lucidi del ponte, il ruggito della sirena, casse e casse di colori, ceste di pennelli, tappeti persiani, lampade e fiori per il ponte. Disegno la turbolenta scia che mi lascio dietro, perché vado veloce, molto veloce. E disegno benzina, carbone, pale, vele, eliche e turbine, tutto quello che mi serve per risalire la corrente, cavalcare la sorgente sotterranea, spingermi in su.

Isso la bandiera dei pirati, emergo.

20  urrà.

La bottiglia galleggiava alla deriva, con dentro il suo messaggio.

“Anno 2025, da naufrago a naufrago.

A tutti i minuscoli sopravvissuti alle onde agitate dell’oceano, al silenzio della notte sul mare, alla paura dell’abisso in cui si muovono creature sconosciute.
Per tutti gli invisibili ai radar, cancellati dalle rotte.

Questa è la mia bottiglia e questo è il mio messaggio: sciogliete le vele ed esplorate questo universo in cui siete stati lanciati come astronauti nello spazio.
Costruite meravigliose tute spaziali per approdare su mondi nuovi, rigogliosi e generosi.
Fate amicizia con piante, animali, anime e tutte le forme di vita che avrete la fortuna di incontrare, e gridate tre urrà per ogni nuova stella che abiterete.
Sintonizzatevi su voci comprensive, compassionevoli, pazienti ed amorevoli.

Il carburante è infinito, godetevi il viaggio”.

21  partenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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